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domenica 23 agosto 2020

Appunti per un vino politico di Epifanio Grasso

PH: Io e Marilena Barbera ad un'edizione di qualche decennio fa a VINISSAGE ad Asti

Non è una questione di semantica e nemmeno di requisiti organolettici, la definizione di vino naturale. Non è nemmeno questione di solfiti, o se sia, oppure no, prodotto in una vigna senza concimi chimici. Non è nemmeno il rispetto ossequioso per la sua evoluzione naturale in cantina. E non è nemmeno un raffinatissimo cru. Di certo è tutto questo. Ma non basta. Il “vino naturale” ha a che fare con un’idea di società e di comunità. Un’idea che sottintende una differente relazione tra l’uomo e la natura. E non si tratta di definizioni steineriane, ma piuttosto di un modello relazionale e di vita che ha direttamente a che fare con il modello economico dominante. In questo processo, i vignaioli sono centrali. A tal punto, che hanno l’opportunità, facendo rete, di modificare significative relazioni economiche: le loro legittime rivendicazioni, accompagnate da pratiche diffuse, possono essere un pezzo importante nella costruzione di una “nuova cittadinanza”. L’idea che si possa semplicemente esser “produttivi” ai fini del profitto è superata dalla realtà (la sovrapproduzione di merci rispetto al fabbisogno e i costi per smaltirle, ad esempio). I piccoli produttori da questo punto di vista, possono rappresentare un paradigma. Infatti:

• non lavorano ai fini del profitto

• la loro produzione non è illimitata

• la produzione serve a soddisfare il fabbisogno familiare e della comunità

• la loro produzione rispetta l’etica di un nuovo modo di concepire la relazione lavorativa: rispettosa dei tempi di vita dell’uomo.

• i concimi utilizzati sono naturali, provenienti perlopiù dal compost domestico

• i prodotti vengono - per la maggior parte - venduti in mercati e a gruppi d’acquisto solidali.


Piubblicato su: VINO CRITICO, prima edizione a cura di Officina Enoica ed. Altreconomia.

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